Quando i sogni prendono forma

Presentazione di Rossella Oricchio

Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto se stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni. (Paulo Coelho).

Architetto e designer, Diego Granese vive e lavora a Salerno. Il segreto del suo successo è presto rivelato: i sogni. Sogni che fanno la corte alle idee, in un inarrestabile viaggio interiore, sogni che si increspano come le onde del mare. Sogni che appaiono e scompaiono dalla finestra del suo studio di Salerno, rifugio e mescolanza di emozioni, trasparenti vicinanze. Sì, perché, il personaggio Granese sembra avere un impatto chiaro e trasparente con il mondo che lo circonda, un mondo che osserva, ricerca, ammira e talvolta arricchisce di sfide e di slanci oltre i confini comuni della creatività e progettualità.

Dall’aria riservata, sobria e, a tratti, quasi zen, infonde un senso di calma, introspezione e appartenenza al bello. Sensibilità, intuito, intelligenza vivida fanno il resto. Più che fare è importante essere, un concetto che, attraverso le più disparate sfumature, trapela spesso nell’arco dell’intervista che lo vede attento protagonista. Tra acciaio, ceramica e cristallo, dare spazio alla creatività, vuol dire dare spazio e sostanza al sogno, suo motore vitale. Nel 2000 fonda il Granese Architecture e Design Studio, un workshop interdisciplinare che fornisce un servizio progettuale completo alla clientela selezionata e che vanta rilevante esperienza nel campo architettonico sia pubblico che privato. La progettazione d’interni è, inoltre, uno dei punti di eccellenza dello Studio Granese. Nel 2003, con l’impresa spagnola Frajumar, risulta vincitore nella categoria professionisti del “XXI Concurso Internacional de diseño cDIM” di Valencia in Spagna. Nel 2004 è selezionato per ARCO-Fiera Internazionale di Arte Contemporanea di Madrid, nell’ADI Index, a BIO 19, e riceve la “Segnalazione” al XX Compasso d’Oro. Nel 2005 riceve la “Segnalazione” al Premio DELTA ADI-FAD in Spagna. Nel 2006 viene selezionato per BIO 20. È socio ADI-BEDA (Associazione per il disegno industriale) ed è stato professore a contratto in disegno industriale presso il SUN-Seconda Università di Napoli. Nel 2009, con l’Azienda Antiche Fornaci D’Agostino, vince il “CERSAIE Award 2009” per il miglior stand fieristico del Cersaie di Bologna. I suoi prodotti hanno partecipato a numerose trasmissioni televisive e film spagnoli e inoltre fanno parte di molte collezioni, tra cui la “Collezione Storica del Compasso d’Oro” e del Museo “Pinakotec der Moderne” di Monaco di Baviera. Nel 2010 il Museo del Design di Norimberga gli ha dedicato, unitamente a Marc Newson, la mostra “TwoplusTwo” quale confronto della ricerca sui materiali e sulle sedute svolte da entrambi i designers. Diego Granese lavora un po’ ovunque, dalla Spagna a Cipro, mentre in Cina ha fondato la società di progettazione “Metro Studio” con la quale partecipa a concorsi internazionali. Attualmente ha in corso di realizzazione vari progetti di architettura ed interiors design in Italia e all’Estero, inoltre produce una “Limited Edition” distribuita nel mondo. Il suo operato spazia dall’architettura, dal design agli interiors. Verrebbe da definire il nostro personaggio un poeta dell’architettura, ma soprattutto uno che guarda in faccia i sogni che si illuminano della forza e della luce dirompente e variegata che emana da ogni forma di vita.

Da dove nasce la voglia di progettare il design?

Professionalmente nasco come architetto con una spiccata e meticolosa cura del dettaglio progettuale appresa nella bottega universitaria di Nicola Pagliara, approfondita con una tesi di laurea in tecnologia delle costruzioni e sviluppata poi in ricerche e sperimentazioni che mi hanno fatto approdare naturalmente al design.

Sin dai primi miei progetti di architettura e di interiors sviluppavo una attenta definizione e cura del dettaglio costruttivo che mi portava a progettare quasi tutto per i miei clienti e quindi anche mobili, porte, maniglie, accessori e complementi. Questa progettualità è poi diventata negli anni una caratteristica peculiare del mio studio che ovviamente ha avuto sempre più riscontro nella esigente committenza.

Frequentando sempre più assiduamente sia i cantieri che le botteghe artigiane, riuscivo a scoprire e capire l’importanza sia di un buon progetto esecutivo che i segreti  e le caratteristiche dei materiali e delle loro attente lavorazioni.

Ho studiato come autodidatta nel campo del design ma la conoscenza e la vicinanza a importanti nomi del design italiano ed internazionale, uniti ad una grande passione per questo specifico settore hanno fatto tutto il resto.

Come e da chi sei stato lanciato?

Dopo più di 10 anni di libera attività professionale e di bottega artigianale, nel 2002 ho sentito la necessità di confrontarmi a livello internazionale per capire il livello raggiunto e le eventuali possibilità di migliorare sia le mie conoscenze tecnico progettuali che quelle di visibilità nello specifico settore.

Guardandomi un po’ intorno scoprii che il fulcro mondiale del design, sia come giovani proposte che nuova avanguardia era il Salone Satellite che si svolgeva nell’ambito del Salone del Mobile di Milano, a tal punto decisi di osare partecipando alla difficile selezione internazionale per l’ammissione allo stesso Salone. Superai brillantemente la selezione presentando semplicemente i lavori ed i prodotti fatti precedentemente per i miei clienti.

Una volta arrivato a Milano mi sono giocato il tutto per tutto, risparmi, tempo, passione ed ambizioni, fortunatamente ho avuto ragione ho vinto con un grande successo di pubblico e di critica ed un contratto con una azienda spagnola con la quale lo stesso anno vincevo nella categoria professionisti il 1° premio del “ 21° Concurso Internacional de diseño del Mueble de Valencia” in Spagna, giungendo avanti a designers di fama internazionale come Jorge Pensi.

Da lì è stata tutta un’ascesa che mi ha portato ad avere altri premi e riconoscimenti al cui culmine  vi è la “ Collezione Storica del Compasso d’Oro”  ed il Museo di Arte Contemporanea “ Pinakothec der Moderne” di Monaco di Baviera ove nella collezione permanente sono presenti due mie chaise longue.

Un maestro per la tua professione

Sinceramente nella mia professione non ho avuto un vero e proprio Maestro, infatti quotidianamente e lentamente ho cercato di rubarmi “ il mestiere “ un po’ ovunque, nelle botteghe artigiane, nelle grandi aziende, in strada come in natura.

La cosa più importante secondo me è affrontare tutto con grande umiltà e voglia di apprendere, virtù che non dovranno mai avere fine.

Comunque devo confidare che sono sempre stato affascinato dal Bauhaus con i suoi grandi maestri ed il suo programma di unificazione della progettazione con la produzione, sopprimendo così la tradizionale separazione tra l’artista e l’artigiano, discorso che secondo me è ancora tremendamente attuale.

Ovviamente devo anche ringraziare il grande maestro Dino Gavina che ho conosciuto personalmente e che fino all’ultimo è stato sempre molto più avanti di tanti altri nel settore.

Ron Arad invece è il designer che mi ha sempre affascinato per le sue ricerche e sperimentazioni sugli acciai, mentre Ross Lowegrove con le sue geniali intuizioni ed innovazioni è un altro mio importante punto di riferimento.

Quando non disegni cosa fai?

Nel mio ridottissimo tempo libero cerco di continuare a sognare e ad osservare la natura con le sue più stupende caratteristiche e cercare di volare alto al di sopra della sterile quotidianità e delle sopraffazioni che stanno distruggendo questo nostro stupendo mondo.

Penso al modo per poter migliorare le cose e come io infinitesimo elemento possa contribuire al miglioramento delle stesse.

Ovviamente cerco di dedicare il mio tempo libero quanto più possibile anche alla mia famiglia e cercare di educare i miei figli verso schemi e valori completamente diversi da quelli propostici dalla nostra quotidianità.

Il nostro futuro sono le nuove generazioni che dobbiamo tutelare e ben educare per far sì che non facciano i nostri stessi errori  e che impari a ridurre i danni prodotti dalle precedenti generazioni.

Un materiale che ti piacerebbe sperimentare

Mi piacerebbe sperimentare e rielaborare le cose semplici della natura, trasformandole per soddisfare le più semplici esigenze dell’essere umano,  da utilizzarsi e poi  tornare naturalmente alla loro origine.

Ecocompatibilità ed ecosostenibilità queste secondo me sono le vere esigenze del futuro.

Sperimentare ed innovare con ciò che semplicemente ma stupendamente ci fornisce la natura.

Eliminare il superfluo, abbandonare le mode, rifiutare lo sfrenato consumismo, ritornare a rispettare la natura e l’ambiente che ci circonda per un migliore futuro dell’umanità.

Come vedi il futuro del design

Il termine design oggi è molto abusato e nello stesso tempo riduttivo rispetto alle sue reali potenzialità.

Oramai tutto ciò che ci circonda è stato attentamente pensato e disegnato.

Esiste l’industrial design, ma anche il fashion design, il grafic design, il web design, il car design, ecc. ecc., tutto è disegnato, tutto è ricercato.

Il futuro del design secondo il mio parere sarà la ricerca di cose semplici ma veramente utili, ecocompatibili, riciclabili, con grande carica espressiva ma grande potenzialità applicativa.

Un design fatto dall’uomo per l’uomo e per una sua migliore qualità della vita, non per soddisfare le stupide necessità consumistiche o gli infantili vizi e desideri di una ricchissima ma ridottissima fascia sociale mondiale.

Premi, riconoscimenti, successo, perché arrivano più frequentemente dall’estero?

Purtroppo questa è la dura realtà da accettare e con la quale conviverci.

Noi italiani siamo sempre di più esterofili, tutto ciò che viene dall’estero è bello e buono, i nomi stranieri ci hanno sempre affascinato, compresi quelli di archistar e designers.

Purtroppo in Italia non si promuovono e sostengono le eccellenze, addirittura le trattiamo con superficialità e come normalità, mentre invece basta uscire dal nostro Paese e ci si accorge subito delle differenze, del nostro modo di pensare ed operare a 360°, delle nostre enormi basi umanistiche, di quelle tecnico specialistiche, della nostra storia e tradizioni, delle nostre eccellenze nel fare.

I progetti ed  i prodotti vengono osservati diversamente all’estero, vengono capiti per la loro eccezionalità, diventano riferimenti precisi, hanno successo con premi e riconoscimenti, all’estero sei ascoltato e capito, questa è la differenza.

Mi potreste domandare allora perché continuo a rimanere in Italia e per di più al sud ? Perché visitando il Mondo e conoscendo altri popoli, ho capito che nonostante tutto, continuo a credere nelle potenzialità del nostro Paese e della nostra gente che quando decide di rimboccarsi le maniche riesce in imprese ciclopiche che nessun popolo al mondo può realizzare.

Credo ancora nell’Italia e negli Italiani e non me la sento ancora di abbandonare vigliaccamente il campo di battaglia esclusivamente per il mio interesse personale, ho ancora voglia di lottare per migliorare le cose.

Guardando i suoi lavori, non posso fare a meno di notare l’estrema pulizia e semplicità delle forme da lei individuate, a quale corrente è solito ispirarsi per i suoi progetti?

Sinceramente non posso dire di ispirarmi  a questa o a quella scuola di pensiero, anzi non mi fa molto piacere se si cerca in qualsiasi modo di etichettare i miei lavori secondo una determinata corrente nel campo del design.

Il mio lavoro in questo complesso settore si basa principalmente sulla ricerca e sulla sperimentazione e quindi cerco di essere il più possibile libero da ogni corrente modaiola e non.

Infatti quando nel 2003 andava di gran moda utilizzare le materie plastiche come i policarbonati, le fibre di vetro e le tecnologiche fibre composite, mi presentai a livello Internazionale, in occasione del Salone del Mobile di Milano – Salone Satellite, con la mia sperimentazione in totale contrapposizione con tale tendenza. Sviluppai le mie proposte nel difficilissimo campo delle sedute utilizzando un materiale semplicissimo come l’acciaio (ecocompatibile ed ecosostenibile) che secondo il mio parere con le sue capacità intrinseche e con forme nuove poteva affermarsi sui più agguerriti e tecnologici materiali di ultima generazione.

I risultati fortunatamente mi hanno dato ragione infatti la semplicità del materiale, la pulizia del segno progettuale e la grande espressività concettuale hanno colpito pubblico e critica a livello Internazionale.

Quanto il luogo dove risiede influenza il suo design?

Ritengo che ovviamente il luogo possa influenzare la ricerca; infatti in luoghi ove non ci sono grandi Aziende, ove non c’è la cultura aristocratica del design, lo sviluppo di una ricerca progettuale, affinché possa svilupparsi completamente nel suo iter, deve tener conto delle potenzialità artigianali e delle Aziende locali che possano, almeno nella prima fase, materializzare un’idea.

Il prototipo fase fondamentale nello sviluppo del progetto deve attuarsi nel modo più semplice e veloce e quindi tener conto delle potenzialità locali.

Se non si hanno alle spalle grandi Aziende, grandi tecnologie e grandi impianti, bisogna accontentarsi di quello che si ha a disposizione ed esaltarlo ai massimi livelli (vedi Brasile con le sue sperimentazioni e realizzazioni), forse anche così nascono le cose più originali ed interessanti.

Quanto incide nel suo design la scelta dei materiali?

Il materiale è una componente fondamentale nei miei progetti.

Imposto il mio lavoro principalmente sulla ricerca e sulla sperimentazione e pertanto l’attento studio di un determinato materiale, delle sue applicazioni e delle sue possibili lavorazioni sono finalizzate alla  realizzazione di forme nuove o di nuove funzioni. Prodotti che nella loro semplicità sono grande esaltazione del materiale e delle sue possibili applicazioni. A tale proposito possiamo evidenziare dopo la mia prima ricerca sull’acciaio, lo studio e la sperimentazione con il cristallo ove sono giunto con l’Azienda Italiana Zeritalia a realizzare il tavolino Zeta che nella sua semplicità di segno e pulizia formale esalta le capacità del materiale utilizzato ed i suoi processi di lavorazione.

Quali sono i suoi riferimenti culturali?

I miei riferimenti culturali sono molteplici ma come già ho precisato prima più che riferimenti modaioli tengo conto di tutte le esperienze storiche che hanno sviluppato negli anni la ricerca nel settore del design.

È innegabile la mia propensione per i maestri come Alvar Alto, Mies van der Rohe, Giò Ponti e gli attuali Ron Arad  e Ross Lovegrove.

Come posso non esaltare la grande esperienza fatta dal Bauhaus?

Contemporaneamente devo sottolineare il fascino che esercitano in me le artigianalità specialistiche e parallelamente le metodologie di lavorazione ad alta specializzazione tecnologica.

Ritengo che il design sia un mix di cultura storica ed un attento studio a 450 gradi delle possibilità dei vari processi lavorativi.

Quanto la storia del design incide sulla sua ricerca del nuovo?

Ritengo che non si possa progettare qualcosa di nuovo e di veramente valido se non si tiene conto e non si è studiato tutto ciò che è stato ideato e progettato in un determinato settore.

Non si può disegnare una nuova sedia o un nuovo concetto di tavolo se non si è tenuto conto di tutto ciò che fino ad oggi si  è sviluppato e prodotto i merito.

La fase di analisi è fondamentale nella ricerca del nuovo.

Una nuova idea, una nuova concezione di un prodotto scaturisce soltanto dopo una attenta analisi storico culturale oltre che dallo studio del  materiale che si intende utilizzare.

La forma nasce dalle esigenze funzionali e dalle capacità espressive del materiale da utilizzarsi oltre che da una buona capacità di  sintesi estetica.

La sua seduta “Onda” ha ricevuto la Segnalazione d’Onore dalla Giuria del “ XX Compasso d’Oro” entrando a far parte della “Collezione Storica”.
Da cosa nasce tale progetto?

Onda indiscutibilmente è la mia regina, il simbolo del mio design.

In essa si racchiudono tutti quei concetti che desiderei caratterizzassero il mio lavoro.

Semplicità di materiale utilizzato, semplicità di forma e forte caratterizzazione espressiva, più di questo non si può pretendere.

In Spagna dopo i risultati del premio cDIM di Valencia, dopo la Segnalazione d’Onore al Compasso d’oro e dopo la Segnalazione d’Onore al Premio Delta, la più importante rivista Spagnola nel campo del design “ ON Diseño” ha affermato a proposito della seduta Onda che “……..Certamente risulta paradossale che nessuno, assolutamente nessuno dal periodo del Bauhaus – per citare un momento storico tanto incline alla considerazione astratta dell’oggetto – sia stato capace di tracciare un gesto astratto tanto chiaro e nitido come quello della Onda, strutturalmente tanto identificabile e di tanta facile utilizzazione come questa.

Allo stesso modo risulta impensabile che sia stato necessario aspettare tanti anni perché questo stesso collettivo di professionisti abbia offuscato la prospettiva di dimostrare le possibilità che offre la interposizione di altro tanto semplicissimo materiale come una semplice pellicola plastica per creare sensazioni di fluttuabilità visuale del prodotto, tanto incline alla espressione del suo veritiero peso corporeo.”

Indiscutibilmente tali affermazioni  mi fanno onore e piacere, ma  ritengo che non  sia un punto di arrivo ma piuttosto la partenza per proseguire nella mia ricerca. Cercare di capire nella baraonda dei prodotti di Industrial Design quale sarà il possibile futuro di questo nostro inflazionato settore, di come il design potrà contribuire a migliorare la qualità delle cose e della vita.

Onda nasce dalla difficile ricerca di un nuovo prodotto nel campo delle sedute che attraverso un materiale di facile reperibilità e lavorabilità potesse raggiungere un grande risultato nel suo utilizzo e di forti sensazioni nel fruitore.

Un prodotto che non rispettasse le classiche caratteristiche identificative di una seduta, che più che altro sembrasse una espressione  artistica più che di design, ma che con la  sua conoscenza e nel suo utilizzo annullasse tutto ciò a favore di forti emozioni e di grandi risultati ergonomici.

Una unica lastra di acciaio  armonico da mm 550×3300 con 5mm di spessore che calandrato a freddo si trasforma in prodotto di elevata espressione formale e funzionale.

Il suo rivestimento fasciato in film estensibile di polietilene trasparente,             smaterializza il supporto e diventa la pelle estetica e funzionale del prodotto stesso: infatti centinaia di giri plissettati di pellicola creano tra i vari strati  micro sacche d’aria che diventano morbidi cuscinetti per la seduta.

Forma/Funzione, Estetica e Razionalità sono le caratteristiche dell’innovativo prodotto “Onda”.

Quali sensazioni riceve e mira a dare durante la progettazione di un pezzo di design?

Nel progettare un nuovo prodotto sinceramente ho delle turbolente fasi di tormento interiore. Il cercare di realizzare un qualcosa di nuovo e di sbalorditivo, la coscienza di poter fallire, la grande voglia di fare, si trasformano in una grande esaltazione nel momento in cui mi accorgo di essere vicino alla meta.

Il massimo delle sensazioni e delle esaltazioni le ricevo nel vedere poi il  fruitore del mio pezzo che nell’ammirarlo e nel testarlo egli stesso prova sorpresa e forte emozione.

Il fine ultimo del mio design è questo, far provare emozioni e  sensazioni piacevoli che  migliorino la nostra qualità della vita, ritengo che oggi ne abbiamo un gran bisogno.

Esiste un design Mediterraneo?

Non so se esiste un design Mediterraneo o meno, io ritengo che il design sia  Universale non ci sono barriere e non ci sono confini, esistono solo le idee e la grande capacità di  materializzarle in qualcosa di finito,  piacevole e giusto.

Sicuramente lo spirito Mediterraneo e l’inventiva Mediterranea hanno grandi possibilità di affermazione, ma più che parlare, più che filosofeggiare su questo o su quello, noi Mediterranei dobbiamo fare e fare bene. I risultati sicuramente arriveranno.

Nel suo lavoro che spazio ha l’estetica della bellezza? E’ ancora possibile parlare di ornamento?

Il fattore estetico è fondamentale nell’affermazione di un determinato prodotto, il problema è che bisogna definire bene cosa sia la belleza e l’estetica, di certo non posso essere io a definire tali concetti, ma una cosa è certa nel nostro settore necessita una notevole dose di buon gusto.

Il fattore ornamentale di certo non deve essere ricercato in inutili sovrapposizioni stilistiche o estetiche. Un prodotto deve essere disegnato bene, realizzato bene ed  attraverso la sua funzionalità ed i necessari processi di lavorazione si esaltino determinate ricercatezze esecutive con piacevoli risultati estetici. Secondo il mio parere certamente si può parlare di ornamento, ma di ornamento  “Tettonico” del prodotto stesso.

Esempi di ciò li possiamo trovare sia nella mia seduta ONDA che nel tavolino Zeta.

In Onda la bellezza, l’ornamento, l’estetica sono semplicemente in una forma accattivante ma al tempo stesso ergonomico/funzionale, nel semplicissimo rivestimento che per la prima volta viene utilizzato nel settore dell’arredo, che attraverso il suo sapiente uso ed applicazione si trasforma in geniale risultato estetico funzionale.

Come anche con il tavolino Zeta, che realizzato in una unica lastra di cristallo da 10 mm. colorata in pasta, il suo fattore estetico è determinato ovviamente dalla forma ma contemporaneamente dal risultato dei processi di lavorazione e dalla plasticità del materiale, ove nella sua forma finale viene esaltata la sovrapposizione dei piani che ne determinano essi stessi l’ornamento cromatico “tettonico” del prodotto.

Con Glocal si definisce oggi l’integrazione tra cultura globale e locale. Cosa ne pensa? Può esistere questo tipo di integrazione?

Per me la cultura è cultura, non vi sono né barriere ne confini.

Cercare in tutti i modi di etichettare qualsiasi cosa và fuori dalle mie logiche e dalle mie ideologie. Secondo me i grandi maestri dell’arte, dell’architettura, del design non si sono mai posti questi problemi e ne tantomeno hanno  fatto queste masturbazioni mentali  che sono insite nel chi non fa o nel chi non si pone nella condizione di fare.

Ritengo che sia proprio inutile cercare di individuare assolutamente nuovi stili, creare terminologie che non hanno fondamento nel chi si esprime liberamente e determinatamente.

Ritengo che oramai il mercato sia inflazionato, troppe cose sono progettate prodotte e vendute.

Bisogna fermarsi un attimo e pensare cosa effettivamente sia necessario o meno.

Se è più giusto sprecare tutte queste energie (migliaia e migliaia di designer nel mondo che pensano e cercano di disegnare un nuovo elemento di arredo) o forse è meglio che tutte queste energie vengano utilizzate in altri settori, lontani dallo sfrenato consumismo, che effettivamente possono migliorare la nostra qualità della vita e quella delle generazioni future.

Bisogna fare e fare bene, ove ovviamente la quantità non sposa bene con la qualità.